Quel giorno lo ricordo come fosse ieri, sai. Agosto 2006, un caldo africano, e io che accendo noncurante la tv. Tra una notizia e l’altra ecco che lo leggo: un “NO!” improvviso mi sale spontaneo dal cuore. Due – tre attimi di confusione poi prendo il telefono. “Hai sentito?” “Si l’ha acquistato” “Incredibile!”. Già, perchè non mi eri simpatico. Come tutti i geni, dovevi essere vissuto per essere capito. Fatto sta che non ero contenta. Sai come ti definivo? Un mercenario. Avevi lasciato la tua squadra dopo lo scandalo, avevi subito professato promesse d’amore e di tifo. Ma ormai eri uno di noi e dovevo accettarti. Dovevamo accettarti.
Ricordo quella prima partita, con il lutto nel cuore, un lutto non tuo ma che avevi capito fin troppo bene, e quella rete che si gonfia, una magia, la prima di una lunga serie. Ricordo la nascita dei tuoi cori, il moltiplicarsi delle maglie col tuo nome sugli spalti, la scoperta della tua simpatia, della tua semplicità, della gioia istantanea che ti accendeva gli occhi dopo un colpo da maestro, dopo un gioco di gambe, attimi di genialità che disarmavano tutti, tutti, tranne te.
E ricordo quel derby diverso dagli altri, con in campo vecchie bandiere ingrate e mai dimenticate e il tuo sguardo di sfida fisso su di lui, dopo l’ennesimo affronto recatoci. E’ stato lì, in quel preciso momento che sei nato davvero in noi, che hai guadagnato quel rispetto e quella stima che mai avremmo sognato di darti, che si concedono solo agli indimenticabili. Lì, diventando il paladino di un onore ingiuriato, difensore di un sentimento profondo, nuovo idolo di una piazza in attesa. Mese dopo mese, partita dopo partita, sempre con la tua zampata che ci tirava fuori dai guai, con quelle critiche che ti sputavano malignamente addosso, con quelle parole e quei gesti con cui ti riscattavi una, due, tre, cento volte.
E ricordo quel grande pegno d’amore, quel giorno da battaglia epica, un cielo cupo, nero, irriverente, noi lì, bagnati fino all’osso, leoni in gabbia, prigionieri di una sorte ancora una volta avversa. Eri là, ti sei alzato e ci hai salvato ancora, tra lacrime, fango, pioggia e una dignità rimasta intatta. E poi fischi ingiuriosi da parte di chi non ti aspetti, primi malcontenti, frasi criptiche, pensieri e non parole, lo spettro dell’abbandono, le prime smentite, le false rassicurazioni. E un inizio, l’ennesimo, che pensavamo avrebbe messo la parola fine a tutto. E invece no.
No perchè le strategie di mercato sono bastarde, passano sopra tutto e tutti, non c’è sentimento che tenga, ti precludono la tranquillità per settimane e settimane e alla fine si presentano con le più amare delle conclusioni. Ancora una volta. Come sempre, più di sempre.
A noi resta l’ingrato compito di un altro addio, l’accogliere un giocatore nuovo che col tempo impareremo ad amare e che poi altri potranno strapparci via, resta l’obbligo di non dimenticare che la nostra fede è questione di mistica e metafisica, resta la distruzione di certezze tanti difficilmente costruite.
A me resta il rimpianto di un grande andato via prima che fossi davvero pronta a salutarlo, il magone alla gola per ogni poster sul muro dove lui svettava inevitabilmente su tutti gli altri, perchè lui era il più alto, il più grande, il più entusiasta di tutti, genitore inconsapevole di esultanze che mai dimenticheremo, di braccia e pugni alzati in segno di vittoria, di abbracci senza inizio nè fine.
Mi resta la nostalgia di un tifoso matto che non potrà più gridare “E’ gol, è gol! Il Geniooo!”, di una maglia promessa e mai ricevuta per eternare un giorno di leggenda.
Ognuno per la sua strada, dunque. E noi rivolgiamo a te quel “grazie” e quel “buona fortuna” con cui ci hai salutato. Parole giuste, essenziali. Semplici. Come sempre. Come te.
Auguri per la tua carriera, auguri per la tua vita, per i tuoi splendidi bambini e per favore, non dimenticarti di noi. Perchè noi non dimenticheremo. Perchè, in fondo, se il nostro sogno è stato possibile, è stato solo grazie a te.
{neroblu,

Ci sei 

And then a hero comes along,